Evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte

Amico fragileSedici anni fa ci lasciava, “andava oltre”, Fabrizio de Andrè. Per me saperlo fu un piccolo shock, una cosa del tutto inaspettata.
Sino a quel momento faceva parte di quel pantheon di persone di riferimento, di quegli artisti di cui si seguiva ogni passo, anche i più difficili.

Delle sue canzoni ho ricordi legati ad età e luoghi.

Probabilmente non avevo ancora dieci anni e nell’oratorio si Serramanna, paese natale di mia madre, si suonava La città vecchia, Marinella, Bocca di rosa. Decisamente molto poco ecclesiastiche, ma io al tempo non ero in grado di capirlo. Erano i primi anni settanta, anni in cui tutto, anche la religione, era soggetta a rivisitazione.

Bocca di rosa, Marinella e La guerra di Piero erano la prima palestra di me strimpellatore alla chitarra quando ancora frequentavo le scuole medie.

La vera rivelazione da quasi adulto, avrò avuto sedici o diciassette anni, l’ho avuta quando si iniziò ad ascoltare in giro il doppio LP in concerto con la PFM.
I suoi testi e la sua musica filtrata nel progressive della Premiata Forneria Marconi.
Fantastico!!!

Negli ultimi anni di liceo non è più lui a cercarti quando ascoltavi la radio, quelle libere non la RAI, alla RAI certe sue canzoni difficilmente passavano. Sei tu che lo cerchi e ascolti anche i lavori più difficili: La Buona Novella, Storia di un impiegato, Non all’amore non al denaro né al cielo.
Era necessario ascoltarli più volte, alcuni brani non erano facili, non c’era ancora un Morgan a sdoganare il De André colto.

Sino alla fine, sino ad Anime Salve la qualità musicale e intellettuale è sempre stata grandissima.

Mentre scrivo ho come sottofondo il concerto al teatro Brancaccio del ’98, un anno prima della scomparsa. Un suo testamento musicale.
Un concerto di altissima qualità artistica.
Sul palco c’è una collezione di maestri e la presenza dei figli Cristiano e Luvi arricchisce il valore del concerto.

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi ”
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”:
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi sospeso in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

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